Con il patrocinio del Comune di Roma
Il progetto fotografico intende esaminare le trasformazioni dell’architettura e del paesaggio di una porzione del quartiere comunemente chiamato Pisana-Bravetta, in occasione della sua prossima conferma da parte del Comune di Roma come “Quartiere Villini”. Il nuovo nome fa rivivere uno precedente, “Borgata Villini”, e si basa sulla “rappresentazione in continua evoluzione delle trasformazioni territoriali e identitarie della nostra città” (https://www.comune.roma.it/web/it/i-quartieri-di-roma.page).
Attraverso il mio lavoro vorrei raccontare come, all’interno di questo quartiere, architettura e paesaggio cercano di inseguire o di rallentare la trasformazione che negli ultimi secoli ha attraversato la vita delle persone, creando non soltanto una stratificazione interessante ma anche una sorta di bolla: un luogo dai tratti rustici, ma autentico.
Lo stile del racconto non è documentaristico-reportagistico: non ne è pertanto una rappresentazione fedele o esaustiva. Seguo piuttosto una linea autoriale, più vicina alla linea narrativa-tematica, in senso spaziale. Cerco, dunque, di lavorare attorno ai temi suddetti – delimitandomi dalle frontiere del quartiere – raccontandoli e interpretandoli.
Si tratta di una ricerca visiva finora non affrontata, che nasce da una mia fantasia nell’immaginare il mio quartiere di residenza come se non esistessero ancora i palazzi moderni che ne hanno progressivamente alterato l’aspetto originario. Per questa ragione mi ha colpito subito l’attribuzione del nuovo nome, che richiama una borgata oggi quasi scomparsa dalla memoria collettiva (ne è testimonianza la contestazione sui social: “qui di villini non ce ne sono”), ma che torna improvvisamente in uso. Per via della sua prossimità al Vaticano, infatti, originariamente vi si trovavano terreni del Vaticano. Poi, dall’inizio del Novecento, l’area era destinata esclusivamente a villini di massimo due piani e, intorno, orti, campagna e piccoli corsi d’acqua.
In mezzo a questi villini si inseriscono, a partire dagli anni Cinquanta, i primi piccoli palazzi. Inizialmente mantengono proporzioni e distanze simili a quelle del tessuto esistente; con il tempo, però, iniziano a occupare gli spazi intermedi, riducendo le distanze tra gli edifici e lo spazio di vita a disposizione delle persone. Nascono così costruzioni via via più alte, che sfruttano sempre di più il suolo disponibile anche in verticale. Questo genere di costruzione altera l’immagine, un tempo bucolica, di questa zona, anche perché è particolarmente collinare: dalle vie principali, come via della Pisana, si nota una stratificazione di edifici non sempre gradevole, anche a causa della posizione elevata dei palazzi.
Se da un lato si costruisce, dall’altro restano fortemente presenti le radici agrarie: numerosi sono i terreni verdi; una parte di essi non è edificabile, ma non tutti sono aperti al pubblico. Quelli accessibili sono frequentati non soltanto dai proprietari di cani ma anche da chi desidera ancora riconnettersi con la natura e con gli edifici rurali di un tempo. In certi punti si trovano ancora alcuni animali che pascolano ancora nei cortili, ed è importante menzionare gli orti urbani, dove la natura è più disciplinata e resiste ancora all’avanzata dei palazzi che sorgono a pochi metri di distanza.
Da un lato, la mancata vicinanza della metropolitana crea una certa difficoltà di sviluppo (si potrebbero menzionare questioni a essa, forse, connesse come il parcheggio, i marciapiedi, gli spazi comuni, la privacy e la sicurezza), dall’altro, è probabilmente una delle cause per cui questa zona conserva ancora, soprattutto in alcune aree, dinamiche sociali più personali come l’aiuto tra vicini, la conoscenza personale tra molti abitanti, il funzionamento attivo e partecipato dei centri anziani e l’uso di botteghe specializzate, che in altre parti della città sono state cancellate da grandi magazzini o dagli acquisti online.
La rappresentazione fotografica si basa su una ricerca archivistica e su testimonianze orali e testuali di chi, ancora oggi, si ricorda di quei tempi. Uno degli strumenti che rende particolare il progetto è la partecipazione degli stessi abitanti, attraverso le proprie memorie e fotografie raffiguranti il quartiere. E’ possibile condividere album di famiglia, vecchie fotografie conservate in un cassetto, immagini dimenticate in vecchie scatole. Queste fotografie prenderanno forma espositiva.
A questo gesto comunitario e alla documentazione si può attribuire un particolare valore per una ragione: questa parte di Roma (zona ovest) è stata, anche in passato, meno documentata rispetto ad aree come l’Appia, l’EUR e altre ancora. Tutto ciò emerge chiaramente dalla ricerca archivistica e richiama a una responsabilità: quella di preservare, in qualche modo, queste realtà prima che vengano completamente inglobate nell’oblio.
Attraverso questo lavoro si spera di contribuire a formare la coscienza collettiva del quartiere e delle comunità locali e a interiorizzare il nuovo nome di esso, abituando l’occhio dei passanti a osservare il proprio quartiere con una consapevolezza storico-architettonica più profonda.
Obiettivi:
Fortificare le comunità locali
Fortificare il senso di appartenenza al territorio
Valorizzare un tema culturale e storico
Valorizzare il patrimonio di memoria di chi ha conosciuto il quartiere nelle sue origini
Creare occasioni di incontro e socialità
Promuovere la fotografia d’autore come strumento di riflessione sul territorio e sulla memoria
Stimolare una riflessione sulla relazione tra l’uomo e il suo ambiente
Pubblico di riferimento
Comunità locali del quartiere,
Studenti delle scuole del quartiere
Pubblico interessato alla fotografia d’autore
Pubblico interessato ad architettura e urbanistica
Abitanti di altri quartieri interessati a iniziative analoghe
Appassionati di paesaggio e territorio
Descrizione della mostra
20 fotografie, a seconda dello sponsor: (1) stampa fotografica 60 x 40 con passpartout bianco di 5 cm per lato o (2) stampa fine art 50 x 75 su supporto Plastiblok (piuma) spessore 1,5 cm bordato nero
Fotografie d’archivio della comunità locale in formato cartolina. Numero indicativo: 20 (al massimo 50) immagini
Allestimento
Organizzazione per sezioni gestite dal curatore
Spazio espositivo: da definire
Elementi aggiuntivi alle fotografie (a seconda delle disponibilità): Proiezione di materiale audiovisivo archivistico – Testi di trascrizione di testimonianze orali – Testi a parete che sintetizzano una ricerca più approfondita e di valore scientifico
Per visualizzare le fotografie a senza ritagli, si prega di cliccare sull’immagine e sfogliarle. Le fotografie che seguono rappresentano solo appunti visivi: una selezione esemplificativa del mio approccio e non costituiscono la raccolta definitiva delle immagini del quartiere, poiché il lavoro di shooting e di post-produzione è ancora in corso.
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